LA FIORINA

Commedia di Angelo Beolco, detto Ruzante

Regia: Stefano Baccini
Prologo Bepi Quaglio
Ruzante, innamorato di Fiore Alessandro Sguotti
Fiore, giovane villana Anna Maria Cappozzo
Pasquale, padre di Fiore Franco Fortin
Marchioro, rivale di Ruzante Andrea Pastorello
Bedon, compagno di Ruzante Stefano Dal Moro
Miozzo, compagno di Ruzante
Teodosia, vecchia Carla Borile
Sivelo,padre di Ruzante Stefano Trevisan
L'Autore Stefano Baccini


Collaborazione artistica di Alessandra Pase dell’Associazione Culturale Effedanza di Este
Servizi tecnici: Franco e Filippo Riatti, Daniel Bertazzo - Assistenti di scena: Nicoletta Longhin, Placida Toniolo, Laura Peruffo

Secondo la consuetudine classico-rinascimentale, la commedia si apre con un prologo, che si figura rivolto ad un pubblico cittadino e altolocato, attraverso il quale l’Autore esprime la propria poetica dello “snaturale”: dal propugnare l’uso della lingua nativa padovana, il , contro la “lengua tosca” delle Accademie; a favore del cibo semplice e contro la cucina sofisticata; fino a vezzeggiare le mode dell’epoca (gli sbuffi dei pantaloni maschili, e nelle donne l’incipiente uso di allargare le gonne e la “bizzarria” degli orecchini e di altre acconciature), contrarie al vestire sobrio. Ma gli attori premono alle spalle, e subito il Prologo lascia spazio all’azione vera e propria.

Fiore, figlia di Pasquale, è contesa dal pastore Ruzante e dal contadino Marchioro. All’appassionato corteggiamento del primo, che già in precedenza l’aveva voluta e poi lasciata, e che nell’enumerare le sue pene d’amore arriva a progettare il suicidio in caso di rifiuto, la ragazza preferisce il rude approccio del secondo, col quale medita addirittura la fuga d’amore.

Inevitabile lo scontro tra i due giovani pretendenti: pur carico di ardimento, Ruzante soccombe al rivale, che lo carica di botte; e solo l’arrivo del padre di Fiorina evita il peggio.

Ma il pastore non disarma, e si determina a voler rapire Fiore, con l’aiuto di un paio di compagni. Alla scena del ratto assiste una vicina di casa, Teodosia, che mette al corrente Marchioro del triste destino della ragazza, e presto corre ad avvertire Pasquale.

I propositi di vendetta del giovane sono però inaspettatamente placati dal padre di Fiorina e da Sivelo, padre di Ruzante, i quali - accettando il fatto compiuto del rapimento di Fiore, e in ragione dell’antica amicizia - quasi per rafforzare il legame familiare, convincono Marchioro a prendere in moglie la sorella di Ruzante, al quale Sivelo - decantandone le qualità - accorderà una ricca dote…

Tra la tradizionale struttura del mariazo ( maridazo), ossia la rappresentazione rituale di un matrimonio rusticano (genere propriamente veneto, in voga tra Quattrocento e Seicento) e la fresca invenzione poetica del Beolco, la breve “commedia di Fiore” si conclude con la formula con cui il decano del villaggio, il degan (in questo caso Pasquale; lontano ma riconoscibile parente di un arcaico capotribù) convalida la promessa di nozze.


Il Ruzante, nei suoi testi, usa in massima parte il linguaggio rustico del contado di Pava, cioè Padova. Rappresentare oggi con fedeltà filologica il teatro di Ruzante, anche tra i veneti usualmente dialettofoni, non permetterebbe una vera comprensione delle sue opere, scritte in una lingua di fatto ormai “straniera”, soppiantata da forme e vocaboli del dominante veneziano.

Sulla scorta dell’esperienza dei maestri “pavani” moderni, anche la Compagnia “Città di Este” condivide il pensiero dello stesso Ruzante, il quale - nel prologo della sua Vaccària - ammetteva d’altronde che “molte cose stanno ben nella penna, che nella scena starebben male”; e in questo allestimento si è pertanto cercato di chiarificare alcune espressioni oscure per lessico o per riferimenti storici e materiali, sacrificando talune parole o modi di dire originali, a vantaggio di una maggiore comunicazione.

L’appello, almeno per il pubblico nostro conterraneo, è quello di attingere al parlare vecio degli avi (i “nuostri antessóre viegi”, come dice l’Autore nell’estratto dalla Prima Orazione che chiude questo spettacolo); o a quello di alcune isole linguistiche arcaiche della nostra regione; o ancora all’etimologia latina…

Ruzante è il nome d’arte di Angelo Beolco (1502 ca.-1542), figlio naturale di un dottore padovano e di una serva o contadina, cresciuto tra Pernumia ed il capoluogo euganeo. Il suo status sociale e familiare lo portò ad una duplice formazione umana ed intellettuale: da una parte le relazioni con lo Studio patavino, l’ambiente delle potenti famiglie veneziane ed i loro fasti artistici; dall’altra la condivisione del mondo contadino, in bilico tra retaggi arcaici e nuova condizione dello sviluppo rinascimentale.

Chiave di volta di questo connubio è la figura del mecenate Alvise Cornaro, latifondista illuminato, di cui Ruzante diventa - oltre che sagace amministratore - il “messaggero teatrale”: attraverso la forma della scena - tanto secondo il modello della classicità riscoperta dall’Umanesimo, quanto poi nella libertà della propria invenzione - egli interpreta una solidale vicinanza del padrone alla cultura dei braccianti, alla loro rustica vitalità, fino ad alludere a certe istanze di riscatto (certamente entro i limiti del contesto storico-sociale del Cinquecento).

“Ruzante” è in particolare uno dei personaggi creati e interpretati direttamente dall’Autore, che in qualche modo anticipa la nascita delle moderne maschere, legate per altro all’eredità della commedia classica latina. Tra i testi più noti e significativi, andati in scena tra il 1520 e il 1536, oltre alla Fiorina vanno ricordati almeno i Due dialoghi (Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo e Bilòra), La Betìa, La Moscheta, le Orazioni ai cardinali Cornaro; nonché la Lettera all’Alvarotto, che illustra la visione in sogno di Ruzante del “regno dell’Allegrezza”: essa prende avvio “sopra d’una de le nostre montagnette da Este”; cioè con tutta probabilità presso il giardino di Alvise Cornaro - “nel più bel sito” degli Euganei, secondo il mecenate, a fianco del castello Carrarese - che si apre ancor oggi dietro il maestoso portale attribuito all’architetto Giovan Maria Falconetto (realizzatore della Loggia e dell’Odeo, sempre per Cornaro, nel suo palazzo a fianco del Santo a Padova).

Celeberrimo in vita, quasi dimenticato dal Seicento, Ruzante fu riscoperto sostanzialmente alla fine dell’Ottocento in Francia a partire dall’interesse di Maurice Sand, figlio della letterata romantica George; quindi nel Novecento nell’ambito dell’Università di Padova, e poi nell’ultimo dopoguerra, anche per merito delle pubblicazioni di G.A. Cibotto, con gli allestimenti di Gianfranco De Bosio, Franco Parenti, Dario Fo e degli altri maggiori attori e registi, fino ad essere riconosciuto come un classico a tutto tondo.